Una finestra a Boccadasse


Finestra a Boccadasse

Panni stesi, vasetti sul davanzale e persiane aperte. È la musica che esce da lì ad avermi fatto alzare lo sguardo. Così l’ho vista: quella finestra aperta davanti al mare. Boccadasse ha l’incanto di tutti i piccoli posti italiani con case arrampicate sulle alture, pescatori e barche a riva. Quando il sole illumina anche l’angolo più buio del tuo cuore e il cielo è libero da nuvole e minacce, anche le pietre insignificanti di una strada qualunque sembrano speciali. Figuriamoci un luogo così suggestivo già di suo come questo. E non so dire esattamente che cosa sia bello o quale particolare mi abbia colpito, se siano i colori delle case gialle, rosa, arancioni, le barche o cos’altro. Forse tutto.

Il mare brilla lucidato dal sole e le onde accarezzano piano i sassi sulla riva.

Come potrebbe essere una mattina qualunque di chi abita dentro a quella finestra? Sicuramente vede quella piccola spiaggetta sassosa e ascolta la campana che suona ogni giorno alle ore dodici. Sarà ormai assuefatto a quella bellezza? Si fermerà mai a guardare l’orizzonte e il cielo? Mi piace immaginarmi che dietro a quella musica e a quei panni stesi, ci sia un ragazzo che abbia meno di trent’anni. Lo vedo al tramonto seduto sul letto a guardare il mare e a pensare al futuro.  Come cibo per gli occhi un po’ di rosso del cielo e come nutrimento per il cuore un po’ di progetti da realizzare. Perché le cose belle ispirano bellezza.

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Cronaca di una giornata all’Expo


“Prof, quanto manca per arrivare all’Expo?!”. Il vagone ad alta velocità è stranamente rumoroso alle sei di mattina. Anche una scolaresca, armata di zaini e di occhiaie scure, è sul treno che da stazione Termini va a Milano. Mischiati ai tredicenni euforici e agli insegnanti nervosi, ci sono professionisti in giacca e computer. E poi noi. L’eccitazione per la gita e la novità fa aumentare a dismisura il volume del chiacchiericcio dei ragazzi, man mano che scorrono i chilometri e che il sole si alza piano piano nel cielo. I professionisti, invece, battono ininterrottamente sulla tastiera e ogni tanto sbuffano per il baccano. Una nebbia mattutina fitta e fredda si intravede dai finestrini.

Poi il treno fa sosta finalmente a Milano. La scritta Expo è dappertutto in stazione e sugli edifici. La fermata Rho Fiera Expo Milano è praticamente davanti all’ingresso dell’esposizione. Sembra di essere in aeroporto, tra controlli e metal detector. Turisti provenienti dall’Italia e dal mondo prendono l’entrata come un fischio d’inizio. C’è chi corre per andare a fare file e chi guarda l’orologio frenetico. Una sorta di enorme tettoia protegge una lunga stradona pedonale, dove a destra e a sinistra si susseguono i padiglioni di tutti gli stati del mondo.

Noi iniziamo dal padiglione Italia, uno dei più apprezzati e, per questo, affollati. Molti ingannano l’attesa facendo selfie o programmando il giro dell’Expo. Quando, dopo due ore di fila, riusciamo a varcare la soglia del palazzo, il patriottismo trabocca. “Orgoglio italiano”, leggiamo su alcuni cartelli. In una stanza che ha al centro l’Albero della vita, il simbolo dell’evento, alcuni italiani da eccellenza spiegano in video che cosa li ha resi famosi: chi ha inventato un tessuto ricavato dalle bucce d’arancia, chi ha scoperto una tecnica per piantare del basilico sul fondale marino, chi ha trovato il modo di far nascere funghi dai fondi di caffè. In un’altra stanza con pareti a specchio e schermi ovunque vengono proiettati a motivi caleidoscopici i capolavori dell’Italia. Quadri famosi, particolari intensi di affreschi antichi, volti espressivi, facciate di Chiese si susseguono in un turbinio di colori da far girare la testa.

È solo l’inizio. La ricchezza o meno di una Paese è visibile anche dall’organizzazione del padiglione. Alcuni hanno soltanto piante tipiche in mostra e qualche quadro, altri fanno veramente le cose in grande, tra schermi e funzionalità digitali. Le scuole hanno la precedenza e saltano le file. Più di una volta, durante il percorso, dimentichiamo che il tema di fondo sia il cibo, perché non molti sembrano attenersi a questo.

L’ultima settimana dell’Expo le file sono impossibili in quasi tutti i padiglioni più noti: Cina, Russia, Brasile, Giappone, Qatar ecc. Decidiamo allora di optare per quelli meno considerati. Entrando nel padiglione dello Yemen, i volti delle persone che lavorano lì ci portano subito in un mondo lontano, e anche la bigiotteria e le stoffe accatastate alla rinfusa, rimandano ad un mercato mediorientale. In quello dell’Austria, è ricostruito un grande bosco, perché la più preziosa risorsa che abbiamo – si legge sui cartelloni – è l’aria. “Si può sopravvivere 5 settimane senza mangiare, 5 giorni senza bere, ma non 5 minuti senza aria”. In Iran una musica persiana colora di esotico l’atmosfera e la scalinata che si sale, mentre si osservano piante e filmati.

Il modo di danzare è uno degli aspetti che più caratterizza i singoli stati: nel padiglione del Venezuela un video di ballerini accoglie i visitatori, mentre danzatori in costume si esibiscono a ripetizione in quello della Romania. Fuori dal padiglione dell’Indonesia su un palchetto basso – ma che spara musica a tutto volume – due presentatori in abiti tipici (una conduttrice vestita in quel modo farebbe inorridire i costumisti italiani) fanno il loro show. Domandano al pubblico di dire il nome di una città indonesiana per vincere dei premi e poi presentano i ballerini.

Lo spazio di esposizione della Santa Sede è piccolo, ma ben organizzato. Sulla parete sinistra della stanza c’è una mostra intitolata “I volti della fame” e sulla parete destra si alterano proiezioni di video sul tema. Il finale di ogni contributo è sempre una frase lapidaria e significativa di Papa Francesco. Al centro della stanza dal soffitto alcuni apparecchi proiettano cibo e stoviglie su un lungo tavolo. I cartelli spiegano che un tavolo non serve solo per consumare pasti: è un punto di dialogo, di scambio, è luogo di studio e così via. Quando un visitatore si avvicina, dei sensori lo localizzano e sul tavolo avviene un movimento, con un piatto che si sposta o un bicchiere che si solleva.

Capolavoro dell’Expo è il padiglione Zero, quello realizzato da FAO, ONU e altre organizzazioni internazionali. Tutte stanze a effetto e, finalmente, davvero significative. Tra le altre, due in particolare: la stanza dello spreco, la stanza della borsa del cibo, la stanza dell’equilibrio. La prima di queste è un enorme deposito di oggetti (che sembra una discarica) e vuole far riflettere sullo spreco di alimenti che ogni giorno fanno gli occidentali. La stanza della borsa del cibo mostra, invece, il prezzo degli stessi alimenti in vari paesi del modo, proprio per rendere evidente lo squilibrio e l’ineguale accesso alle risorse nel mondo. La stanza dell’equilibrio è un incanto: su tutte le pareti contemporaneamente vengono mandati video di paesaggi della natura perfetti e armoniosi. “Lo stesso pianeta Terra sarebbe perfetto e armonioso, se sapessimo gestire in maniera sostenibile le risorse”, spiega una guida.

Aspettate ad entrare in treno ché dobbiamo contarvi!”. I ragazzini di scuola ci sono anche al viaggio di ritorno. Il loro Expo è stato diversissimo dal nostro e per questo è bello scambiarsi i racconti delle esperienze. Più di un ragazzo dice di essere rimasto deluso: “Mi aspettavo più cose dal punto di vista tecnologico e poi più attività che ci coinvolgessero”. Il nostro Expo continua sul treno, cercando di esplorare un mondo ben più complicato degli altri: quello degli adolescenti.

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Diario di viaggio: la mia scoperta dell’America giorno per giorno


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2 settembre 2015 – Giorno 1: Partenza dall’Aeroporto di Fiumicino

Siamo in due, sedute sulle sedie di un Aeroporto a sognare l’America. Siamo due e lo siamo sempre state, fin da prima che nascessimo: io e la mia gemella. Oggi ansia da volo e sonno da sveglia all’alba sono le nostre condizioni. E poi anche tanta tanta eccitazione. Tra due ore partiamo: verso la California e oltre…

2 settembre 2015 – Giorno 1 bis: Arrivo a Los Angeles, Santa Monica beach

Un giorno normale ha 24 ore. Il mio 2 settembre, invece, è durato più di 30 ore: era lo stesso giorno quando siamo partite e quando siamo arrivate. Da Roma a Santa Monica beach nello stesso giorno. La prima cosa che stupisce dell’America è la grandezza. Palme alte, grandi macchine, spiagge giganti. E poi il cielo. Anche il cielo sembra di più, qui.

3 settembre 2015 – Giorno 2: Hollywood, Los Angeles, Griffith Observatory

Ad Hollywood boulevard attrae ogni cosa. Sarà per l’aurea mitica che la circonda, ma tutto in questa via è stupefacente, coloratissimo, esagerato. Davanti al teatro Cinese, tutti i più grandi della storia del Cinema hanno lasciato le proprie impronte. Ed è con una certa emozione che ci mettiamo tra di loro, vivi o morti che siano, e ci facciamo fotografare. Tra Sofia Loren e Marcello Mastroianni, noi.
Los Angeles è una città difficile da descrivere, ma forse si può provare a descrivere che cosa si prova davanti a lei. Meraviglia: basta questo a dire tutto di lei, guardandola dal Griffith Observatory.

4 settembre 2015 – Giorno 3: Getty museum, Venice beach

Oggi visita al museo Getty di Los Angeles, che ha uno splendido giardino, mostre fotografiche e copie di statue antiche. Poi siamo tornati verso la spiaggia per una passeggiata a Venice beach, il lungomare di Los Angeles pieno di piccoli negozietti. Lungomare popolato, però, anche da gente bizzarra e dai soliti suonatori di strada. Finalmente incontro il classico americano: camicia a quadri un po’ aperta, barba sfatta, cappello da cow boy, seduto a bere birra. Resto incantata a guardare anche altri americani doc: gli skaters. Anche questa è California.

5 settembre 2015 – Giorno 4: Griffith park

Siamo a Los Angeles, ma l’Italia c’entra sempre. Oggi al Griffith Park hanno suonato le Quattro Stagioni di Vivaldi, recitato Shakespeare e messo in scena i personaggi della Commedia dell’Arte. Tutti hanno portato sedie, coperte e cose da mangiare per il picnic. Insomma, american style, ma con omaggi all’Italia.

6 settembre 2015 – Giorno 5: Laguna beach, Orange County

Laguna beach la domenica precedente al Labour day (equivalente americano della festa del lavoro) è molto affollata. Sembra una qualunque spiaggia, eppure non si ha davanti un mare qualunque: è l’oceano pacifico. E poi siamo nella contea di Orange County, quella di The OC, il telefilm americano. Sì, proprio in un telefilm sembra di essere.

7 settembre 2015 – Giorno 6: Deserto dei Joshua trees, Las Vegas

Oggi ho visto il deserto per la prima volta. Quello che si attraversa per andare dalla contea di Los Angeles a Las Vegas è pieno di Joshua trees, i mitici alberi americani. Ho rischiato di incontrare Willy il coyote, ma poi Las Vegas è arrivata. Pazzesca e pazza. Allucinante e allucinata. Surreale, alienante ed esagerata. Sì, soprattutto esagerata. È uno di quei posti in cui ci si trova all’improvviso e si resta storditi. Non è come la si era immaginata e come la si potrebbe immaginare.
Dalla finestra del nostro Ballys hotel si vede la ruota panoramica e the strip, il cuore di Las Vegas. Al piano terra (chiamato 1) di ogni hotel ci sono casinò, tavoli da gioco e slot machine in fila. Per andare alle camere bisogna passare tra i giocatori che sono lì a tutte le ore del giorno e della notte. Ogni cosa a Las Vegas sembra un gioco assurdo o una bugia colossale che tutti si raccontano col sorriso. L’impressione è di trovarsi in un enorme set cinematografico con scenografie credibili quanto la vita stessa.
L’Hotel Paris finge di essere Parigi con tanto di cielo finto e atmosfere francesi. Il Caesar Palace trascina nell’antica Roma con statue romane e un piccolo Colosseo. Fuori dal Bellagio Hotel ogni quarto d’ora un’enorme fontana fa zampillare acqua a tempo di musica. E dentro all’hotel ci si trova catapultati in un sogno allucinato. Quello in cui il mondo è coloratissimo e folle e si muovono senza senso animali e paesaggi marini. Più distante, al Venice Hotel, c’è la Venezia del Nuovo Mondo con il suo ponte Rialto all’esterno e un canale d’acqua con gondola e gondoliere all’interno.
E poi di notte a Las Vegas la vita esplode. Nelle discoteche, tante, tantissime persone consumano con foga ogni attimo. Le serate sono adrenalina allo stato puro. Il cuore pompa musica come le casse, il tempo non risponde alle leggi della natura. Difficile dire se sia mattina, notte, giorno, ieri o domani. Ma non importa. Come dicono qui: “What happens in Vegas, stays in Vegas”.

8 settembre 2015 – Giorno 7: Grand Canyon

Come poteva essere il pianeta terra dopo il Big Bang? Forse come il Grand Canyon. È natura primordiale che ti sbatte in faccia la sua grandezza. È un’affermazione di potenza verso l’uomo per dimostrare chi comanda. Da Eagle Point, il punto sud della fossa creata dal fiume Colorado, le rocce sembrano comporre la scultura di un’aquila. In quei sassi rossi ci sono sei milioni di anni. Le gambe tremano quasi per lo stupore, gli occhi si riempiono di colori mai neppure immaginati. Non sembra un luogo che si raggiunge in macchina e poi con un bus navetta. Un luogo dell’immaginazione, forse.

9 settembre 2015 – Giorno 8: Death valley

In alcuni punti lo chiamano il “campo da golf del diavolo”. Quel posto in cui, senza rendersene conto, si passa nel giro di un’ora da 1000 metri di altitudine a meno 30 sotto il livello del mare, per poi rivolare a 1300. Quel luogo in cui si ha la sensazione di essere gli ultimi uomini rimasti sulla terra, come nei catastrofici film americani in cui il mondo è al collasso. È la Death valley, il territorio desertico della California, dal nome che è tutto un programma. L’atmosfera è inquietante. Per ore e ore si viaggia in una sterminata distesa desertica di cui non si vede mai la fine. Il paesaggio è composto da montagne rigate dai sedimenti millenari, dune, rocce dagli strani colori, polverose trombe d’aria, giacimenti di sale, miraggi. Questa è la cosa spettacolare: si vedono cose che non esistono. Da lontano sembra che sulla strada ci siano pozzanghere. Da vicino non c’è nulla. E succede di continuo, tra uno sbalzo in fondo al cuore e l’altro. Perché poi la strada diventa tutto un saliscendi da dossi naturali. Insomma, ci si ritrova sulle montagne russe nel deserto. Fuori la temperatura è sui 45 gradi, il vento bollente, l’aria secchissima. Non è difficile capire perché si chiami Death valley.

10 settembre 2015 – Giorno 9: Sequoia National Park, Crystal Cave

Bryan, la guida, era un ragazzo magrolino, dagli occhi azzurri e dai lunghi capelli lisci. Aveva lo sguardo gentile, ma la sicurezza con cui sembrava sapere cosa sarebbe accaduto di lì a poco, li inquietava. Perché loro non lo sapevano. Li accolse all’entrata della caverna e li condusse dentro, facendo loro strada con una torcia. L’aria era gelida, le luci fioche. Tra le rocce e i piccoli corsi d’acqua ai lati, si addentrarono circospetti fin dentro alle stanze della natura. Stalagmiti appuntite pendevano dall’alto di quelle pareti millenarie. Quando giunsero nel cuore della caverna, Bryan posò per terra la torcia e si sporse dietro ad una roccia. Nella penombra cercarono tutti di indovinare i suoi movimenti, e lui, sorridendo beffardo, mise le mani su un invisibile interruttore. Le luci si spensero all’improvviso. Lontani da una qualunque uscita, privi di ogni punto di riferimento, vennero risucchiati dal buio più totale.

Non è l’inizio di un racconto horror, ma quello che ci è successo oggi.

Nella foresta delle sequoie, a 1300 metri di altitudine, si trova Crystal Cave, una caverna formatasi circa 1 milione e mezzo di anni fa. Quando la guida ha condotto il nostro gruppo lì dentro e ha spento le luci, ho temuto che la caverna mi si fosse richiusa sopra. Ho ripercorso col pensiero la strada fatta per arrivare lì, l’entrata, le rocce che avevo oltrepassato, chinandomi per non sbattere la testa. Un brivido di paura mista ad eccitazione mi ha percorso al pensiero che non avevo scampo. Ma che cosa vuoi che sarebbe potuto succedere in 30 secondi? E infatti non è successo niente di male. La guida ci ha voluto soltanto far sperimentare il buio e il silenzio di una caverna vera.
Ma questa non è l’unica cosa speciale di oggi. A raccontarlo così tutto insieme sembra quasi troppo, eppure è la verità. Ho visto un orso marrone che mangiava su un albero, un orso nero che attraversava la strada, un cervo che passeggiava tra gli alberi, un picchio che “lavorava” in cima a un tronco, uno scoiattolo che scappava con la sua coda bianca e tantissimi chipmonk (i fratellini di Cip e Ciop) che correvano. Senza contare topolini bianchi, cornacchie nere e farfalle gialle e nere.
Tutto questo nella Sequoia National Park che già di per sé è una meraviglia della natura. Le sequoie si sono salvate dalla distruzione dell’uomo grazie al loro legno inutile per costruire: si sbriciola in mano come pane secco o legno consumato. Eppure resiste al fuoco degli incendi che si verificano spesso nella foresta. E molti alberi ne portano ancora i segni, anzi le cicatrici (fire scars).

11 settembre 2015 – Giorno 10: San Francisco

È una strana sensazione, ma solo chi è nato e cresciuto in una grande metropoli può capirla. La nostalgia della città. Dopo giorni immersi in paesaggi strani e straordinari, attraversato deserti e strade isolate, abbiamo raggiunto San Francisco. E vedere caos e persone ci ha fatto sentire a casa. Dicono che sia la città che agli europei piace sempre di più, perché è simile a quelle del Vecchio Mondo. E qualcosa che le ricorda c’è, anche se, come per qualsiasi cosa in America, è di misura extra large. Dal porto si vedono i leoni marini che passano la giornata col muso all’insù o a rotolarsi uno sopra l’altro. In lontananza si staglia l’isola di Alcatraz con l’antica prigione. Il luogo simbolo della città è il Golden Gate Bridge, un ponte suggestivo da cui si vede tutta la baia di San Francisco.
Ma la cosa che colpisce di più è il suo svilupparsi tra continue salite e discese. Cammini per una via, guardi sulla destra e ti sembra che la città ti stia crollando addosso, tanto è ripida la strada. Eppure i ragazzi che tornano da scuola con i loro zainetti, loro che quelle vie le percorrono tutti i giorni, sembrano non farci caso.
Il secondo aspetto che sorprende, invece, non riguarda le cose, ma le persone. Quegli uomini e quelle donne che vivono e dormono per strada, soprattutto nei dintorni di Haight Asbury. Sono di un numero impressionante e nessuno sembra curarsi della loro presenza. Molti sono veterani di guerra impazziti, si dice. Altri sembrano soltanto ragazzi senza bussola e senza scopo. Ed è per questo che se San Francisco fosse una donna, di lei si direbbe che può conservare in sé i migliori sentimenti, ma non può spogliarsi di una quotidiana tristezza.

12 settembre 2015 – Giorno 11: Sausalito, Redwoods forest, San Francisco

Sausalito è una piccola città vicino a San Francisco, raggiungibile con il traghetto o attraversando in macchina, a piedi o in bici il Golden Gate Bridge. Ma è possibile passarci sopra senza vedere il ponte? Nel Paese del “Yes, we can” anche questo si può fare. E non grazie a Obama. È la nebbia di San Francisco a permetterlo, quando la mattina scende bassa a coprire l’intera città, i ponti, il panorama. Così, oltrepassando in macchina il Golden Gate Bridge, si viaggia tra le nuvole. Quelle stesse nuvole sembrano imprigionare San Francisco, quando la si guarda da lontano, giunti a Sausalito. Eppure fanno parte di lei, così come le strade in salita e poi in discesa una, due, tre volte. Così come i leoni marini che mugugnano al porto. Così come le piccole casette alte e strette che costituiscono il paesaggio urbano. Questa è San Francisco.

13 settembre 2015 – Giorno 12: Big Sur, Pedras Blancas beach

Sull’orlo dell’oceano si respira aria di mare e di infinito. Succede sempre così: uno è sull’autostrada e deve spostarsi da una parte all’altra della California. Ma all’improvviso si trova davanti uno spettacolo che non aveva previsto, a cui non aveva mai pensato. Le rocce a picco sul mare e la nebbia che si mescola con l’acqua in lontananza. E poi i Condor californiani, maestosi, che volano alti nel cielo. E poi gli elefanti marini che si trascinano faticosamente sulla spiaggia. E poi i pellicani che vagano in su e scendono a pelo d’acqua per mangiare pesci. È il paesaggio di Big Sur, davanti al quale viene da dire solo una parola: sublime. Sublime nel senso Romantico Ottocentesco, in cui lo sgomento si mescolava alla meraviglia. Come nel quadro “Il monaco in riva al mare” di Friedrich. Davanti a tutta quella bellezza ancora intatta, ci si sente tanto piccoli, eppure pieni di speranza. Perché la bellezza mette sempre fiducia nel futuro del mondo. Per questo non voglio sprecare neanche una goccia di quello che ho vissuto oggi. Mi è rimasto nel naso l’odore pungente di animali marini e il vento. Negli occhi il colore sbiadito della nebbia e l’azzurro sfuggente delle onde oceaniche.

14 settembre 2015 – Giorno 13: Solvang, Santa Barbara

Se c’è una cosa che ho capito in queste settimane è che noi europei tentiamo in tutti i modi di assomigliare agli americani, ma che loro, ancora di più, guardano con ammirazione alla vita d’oltreoceano. Come per Solvang, un piccolo paese della California che ho visto oggi, costruito sul modello danese, con case dai tetti a spiovente, mulini, pasticcerie tipiche. È un piccolo angolo di Europa in mezzo alla California.
Piccolo.
Perché poi basta arrivare sulla costa per ritrovare di nuovo il paesaggio dell’immaginario comune su questi luoghi. Santa Barbara ha alte palme ai lati della strada e della spiaggia, sabbia bianca e l’oceano pacifico davanti. La solita bellezza californiana, così completamente lontana dai posti in cui ho sempre vissuto. Per questo, dopo giorni e giorni ancora mi sembra tutto nuovo e spettacolare. Non so quando si comincia a diventare quel tipo di persona che davanti a una spiaggia così bella tiene lo sguardo abbassato, per l’abitudine di averla già vista altre volte. So solo che da oggi, in California, il mio tempo per scoprire è finito: arriverà il tempo di ricordare. Comincerò a farlo da domani, quando al momento del decollo del mio aereo, penserò a tutto quello che sto lasciando.

15 settembre 2015 – Giorno 14: Ritorno a casa

L’America fa sempre le cose in grande e per la nostra partenza ha deciso di salutarci con tante lacrime d’addio. Dopo due settimane, abbiamo visto finalmente la pioggia in California ed è stato un segno di rottura con i giorni passati qui.
Appena arrivate negli Stati Uniti, ci hanno preso le impronte digitali, fatto foto, chiesto quanto restassimo, dove alloggiassimo. Oggi, invece, è bastata soltanto una passeggiata sotto il metal detector. Sulle sedie davanti all’imbarco, in attesa del volo verso Roma, alcuni italiani si chiedono se torneranno mai in America: “Chissà”. Molti raccontano del loro viaggio. Noi ripensiamo al deserto dei Joshua trees, alle montagne rossicce del Grand Canyon, all’oceano di Big Sur, alle palme di Santa Monica, agli skaters di Venice beach. E poi alle bandiere americane disseminate ovunque, al pari delle catene di Hamburger e insalate “Subway” e “Danny’s”.
Il mio viaggio in America è stato un sogno da cui devo svegliarmi. Adesso ho solo foto, parole ed emozioni, per provare a raccontarlo e a riviverlo ancora.

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Se chiedere “Cosa fai nella vita” diventa una domanda scomoda


giovani

“E tu cosa fai nella vita?”. Sembra una domanda banale, ma con i tempi che corrono potremmo rischiare di mettere in difficoltà il nostro interlocutore. Soprattutto se giovane. Bisogna essere pronti a risposte come: “Niente, in questo momento”. Oppure: “Eh, bella domanda…”. O anche: “Sono laureato, ma ancora alla ricerca di un lavoro”. Meglio prepararsi psicologicamente prima, per non nascondere, dopo, il disagio di provare a balbettare timide frasi d’incoraggiamento.

I dati parlano chiaro: la disoccupazione giovanile in Italia nel 2014 è aumentata di 2,7 punti rispetto al 2013, arrivando a quota 42,7%. Più di una persona su 4 di età uguale o inferiore ai 29 anni in Italia non è né occupata né cerca lavoro. E non è solo ossessione per le statistiche quello che ci affligge. È la vita reale a preoccupare. I ragazzi che passano le giornate in palestra. Le coppie che non possono fare progetti di vita. Le infinite e-mail con curriculum in allegato alle quali non si avrà mai risposta. La sveglia che la mattina non suona più. Il futuro che si allontana giorno dopo giorno.

L’estate, almeno, allevia i sensi di colpa di chi ogni mattina dorme fino alle 11.00. Riposa chi lavora e chi vorrebbe lavorare. E dopo? Altra domanda che angoscia la generazione che non ha prospettive. La generazione dei ventenni e dei trentenni, spesso laureati, che non sanno che farsene degli anni spesi sui libri. E, senza neanche rendersene conto, si finisce per diventare i soliti italiani che parlano male dell’Italia e non vogliono lasciarla.

Se il nostro è solo il Paese delle attese e delle delusioni, che fare? Ancora difficile rispondere. Quando il lavoro non sarà più un problema, si potrà ricominciare a chiedere “che cosa fai nella vita”, senza paura di incontrare la frustrazione negli occhi di chi ci sta davanti. Ma nel frattempo, la politica deve rispondere di tutto questo. Troppi giovani sono stanchi di aspettare.

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200 parole su “Arrivederci a Berlino est”


arrivederci a berlino est

Un’avvincente storia di amore, di guerra, di libertà negata, di rabbia, di speranza. Ad “Arrivederci a Berlino est” non manca proprio nulla. Il romanzo d’esordio di Roberto Moliterni,  vincitore del premio letterario Rai La Giara III edizione, è un piccolo capolavoro. È scorrevole, lineare e si sviluppa in un crescendo di fatti del passato e del presente, dando vita a personaggi credibili e pieni di sfaccettature.

Si ricostruisce così la storia del Titta, il  soprannome di un siciliano la cui vita cambia per sempre in Albania, durante gli anni da soldato italiano nella seconda guerra mondiale. Con un salto temporale, che solo verso la fine del libro viene colmato, ci si ritrova a seguire le vicende dello stesso personaggio negli anno ’80 a Berlino Est: la sua vita in una pensione,  il suo losco lavoro, la sua ossessione per la canzone “Aria di neve”, il suo amore per Malvina.

A intrecciarsi con la sua storia, a muoversi silenziosamente tra le sue cose, c’è Helen, la cameriera della pensione. Le due vite finiranno per passare una dentro l’altra, fino a unirsi irrimediabilmente. Svelare altro, rovinerebbe la lettura del libro, assolutamente da consigliare. Perché merita il successo.

Roberto Moliterni, Arrivederci a Berlino Est, Rai Eri, pp. 244, € 15,00

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Incontro con la povertà un pomeriggio di agosto


ambulante

Non so il suo nome, né da che Paese provenga. Ha la fronte madida di sudore, la pelle bruna e alcuni libri sotto al braccio. Scorgo di sfuggita alcuni titoli, mentre si siede sulla sabbia accanto al mio lettino. “Nelson Mandela. La vita” e “Keep calm and cucina africano”. Vende anche fiabe per bambini con disegni stilizzati e la storia completa di Martin Luter King. “Ciao, compri un libro?”, mi dice col suo accento che non saprei identificare. Sto leggendo il giornale in spiaggia e, sinceramente, a tutto penso fuorché ad acquistare un libro da aggiungere alla mia già lunga lista di future letture. Declino gentilmente l’offerta e giro la pagina del giornale.

Penso che stia per andarsene, ma lui rimane lì seduto accanto a me sulla sabbia. Non è giovane e neanche vecchio, ma dai suoi occhi intuisco che ne abbia viste tante. Mi chiede di comprargli qualcosa “per favore, perché è difficile questo lavoro. Le signore trattano male, si fanno pochi soldi”. Dice che è il primo anno che gli permettono di andare per le spiagge della costa adriatica a fare il venditore. Ogni mattina da San Salvo prende l’autobus e va a Pescara per cercare di racimolare qualche soldo. Ma il lavoro è faticoso e il guadagno misero.

Mi accorgo che è stanco, ma che ha voglia di parlare di sé. Gli chiedo allora chi è che gli permette di fare quello che fa. Nomina due uomini (uno dei quali si chiama Mario) per cui lavora. E loro gli procurano anche altre occupazioni. Tra pochi giorni lascerà l’Abruzzo per la Puglia, dove lo aspetta la raccolta di pomodori. “È difficile in Puglia. Facciamo dalle sette di mattina alle sei di sera. Solo all’una abbiamo dieci minuti per mangiare un pezzo di pane e qualche pomodoro”. Undici ore di lavoro sotto al sole. Devo aver letto degli articoli sulle dure storie dei migranti che raccolgono pomodori in Puglia e per questo capisco subito di che cosa stia parlando. Ma non è finita qui. Il ragazzo mi racconta anche che a settembre andrà a Bolzano per la raccolta delle mele. Stesse condizioni, stesso duro trattamento. E poi ci sarà la raccolta dell’uva.

Alla fine il libro non glielo compro, ma gli do lo stesso qualche moneta. Non sarò comunque io a risolvere i suoi problemi, anche se vorrei tanto farlo. Troverà qualcuno, un giorno, che potrà farlo? Si alza e se ne va. Torniamo entrambi alle nostre vite. Io alla mia da privilegiata, lui alla sua: a buttare altro sangue per tentare di sopravvivere.

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