L’inchiesta sulla pedofilia a Roma Termini che deve lasciarci sconvolti


Noi, i ragazzi dello zoo di Roma

Migranti minorenni che abitano in buchi maleodoranti. Vecchi pedofili che li adescano e li pagano per abusarne sessualmente. Non è la degenerazione dei poveri orfani londinesi di Dickens dell’Ottocento. È ciò che succede oggi, a Roma, a stazione Termini. In un luogo che tutti i romani conoscono bene, che frequentano, forse, da sempre, in cui passano, a volte, anche di notte. L’inchiesta che denuncia tutto questo è stata pubblicata ieri, 19 febbraio, da “l’Espresso” sia in edizione digitale che in edicola. E leggerla è un dovere.

No, non sono le solite brutte storie di persone che non conosciamo, che vivono lontano da noi. Stavolta si parla di orrori che si consumano nella nostra città, nelle nostre strade, nel punto nevralgico della Capitale d’Italia. Siamo indifferenti a tutto, ormai. Ma alla povertà estrema, alle vite distrutte prima ancora di essere costruite non possiamo restare indifferenti. E non dobbiamo abituarci all’esistenza di perversi pedofili che sfruttano le storie di adolescenti e bambini disperati, in cerca di spiccioli e sopravvivenza. “Noi, i ragazzi dello zoo di Roma” è  un’inchiesta che non può non lasciarci sconvolti.

Dalla sera del 18 febbraio, da quando sono venuta a conoscenza di questa storia e ho visto il video-testimonianza di un ragazzo, non ho fatto che pensarci. Poi di mattina sono corsa a comprare il settimanale per conoscere ogni cosa. Pedofili nelle strade che percorro anche io, bambini che dormono tra i rifiuti. Non è la prima volta che leggo storie simili, ma no, non mi ci abituo mai. La pedofilia mi dà sempre lo stesso disgusto e la povertà mi lascia sempre dentro tanta rabbia.

Il prefetto Gabrielli ha dichiarato che sarà attiva un’unità di strada sei giorni su sette nella zona della stazione Termini per “intercettare il disagio”. Sei giorni su sette, come se all’inferno facessero anche loro i giorni di riposo. 

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Stabile di via Bartolucci: qualcosa cambia


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Ricordate gli alberi incolti, il degrado e i fabbricati pericolanti e spogli? Da venerdì 15 maggio qualcosa è cambiato nel quartiere Portuense di Roma. La storia dello stabile di via Bartolucci, 38, abbandonato da decenni, potrebbe essere a una svolta o al capitolo finale. Ce ne siamo occupati nel settembre scorso, cercando di ripercorrere gli anni in cui il terreno recintato è rimasto inutilizzato ed esposto all’incuria del tempo. A distanza di mesi, rimangono le stesse perplessità, ma aumentano gli interrogativi.

E’ una calda giornata di maggio. Ci sono operai al lavoro, c’è movimento. I fabbricati sembrano diversi. Ci avviciniamo e ci accorgiamo che sono stati murati. Sono dei blocchi di cemento, ora. Che stiano lavorando per qualche concreto progetto di utilizzo dello stabile? Stiamo per gridare al miracolo. Facciamo subito domande ad un operaio per capire cosa c’è in cantiere. “Dobbiamo solo pulire e murare gli edifici”. Niente miracolo, solito abbandono.

Qualcosa di positivo, però, si può trovare: da qualche parte sanno in che degrado versava via Bartolucci, 38. Un’inedita attenzione alla sorte del territorio potrebbe essere il preludio di nuovi progetti per una futura riqualificazione. O forse no. Forse è solo un modo per lasciare scorrere altro tempo. Anni in cui gli edifici murati avranno tempo per marcire.

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Via del Corso: gli uomini oltre i negozi


Per racimolare qualche spicciolo ne inventano di tutti i colori. E a via del Corso, al centro di Roma, se ne vedono delle belle. Escamotage singolari e oggetti strampalati in vendita diventano attrazioni, al pari dei negozi dai nomi altisonanti. A percorrere via del Corso, in un giorno qualunque, partendo da piazza del Popolo, si incappa subito in strani “artisti”: un indiano che spunta sotto ad un improbabile costume da statua della libertà, un classico indossatore di sarcofago da faraone che si inchina al tintinnar delle monete, giganti Minni e Topolino che salutano con i guantoni.

Queste figure, che il più delle volte lavorano abusivamente, sembrano parte di un contesto scontato che è inutile raccontare. Eppure incuriosiscono, in alcuni casi, perché contribuiscono a definire l’atmosfera che si respira in un luogo. E quello che si ascolta. A via del Corso, infatti, è pieno di suonatori ambulanti con fisarmoniche o chitarre. Il repertorio evergreen spazia da Besame Mucho a My Way di Frank Sinatra. Riescono perfino ad indurre malinconia le note struggenti del violino ai margini della affollatissima via, a volte.

Tra i sostenitori di organizzazioni di volontariato che richiedono aiuti economici e semplici mendicanti, si incontrano i venditori abusivi di borse, gadget o souvenir italiani. E, poi, i pittori con bombolette spray che realizzano manifesti. Ma tra chi vende le proprie creazioni artistiche non ci solo stranieri. Tanti autori di quadri in acquarello sono romani doc e sono a via del Corso a tentare di piazzare sul mercato della strada i loro lavori.

Italiano è anche il creatore di modellini in materiale di lattine di Cocacola e di birra. Ex cameriere, forse cinquantenne, licenziato d’improvviso, ha trovato così un modo per guadagnare 10/20 € ad ogni modellino di auto o di moto, di cui i turisti si mostrano molto entusiasti. Ma non finisce qui il campionario umano concentrato nella più famosa via romana dello shopping: strane statue viventi, inquietanti personaggi senza testa, miracolosi finti fachiri che sembrano lievitare in aria, lettori di tarocchi, fabbricanti cinesi di pupazzetti in paglia e foglie.

Insomma, ad osservare per davvero le persone, ci si accorger che a via del Corso i negozi non sono l’unica cosa interessante.

La televisione dalla parte delle persone


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La televisione è un mezzo continuamente in trasformazione, ma con essa vanno trasformate le persone al suo interno. Lo ha detto Pietro Raschillà, giornalista e autore Rai, all’incontro con gli studenti di Editoria e Scrittura della Sapienza. Al centro della lezione del 5 maggio scorso, l’informazione in tv e il ruolo del giornalista all’interno del processo comunicativo. Nell’aula VI dell’edificio di Lettere, Pietro Raschillà ha raccontato la sua lunga esperienza nelle redazioni di programmi come “Uno mattina”, “La vita in diretta” e “Omnibus”.

“Se pensassi che la tv fosse morta, mi cercherei un altro lavoro”, ha detto in risposta all’intervento della prof.ssa Serri, la docente organizzatrice dell’incontro. Erano presenti anche la prof.ssa Panetta, il prof. Perrone e il prof. Serafini. Un punto fondamentale – ha affermato Raschillà – è interpretare la televisione, considerando che è all’interno di un flusso mediatico più ampio, a partire dal web. Un esempio di questo è il caso delle contestazioni durante la partita Napoli – Fiorentina di sabato scorso. Quella sera su Twitter si leggevano cose che in diretta tv non venivano dette. Un buon giornalista, invece, deve essere sempre in grado di raccontare la reale situazione in cui si trova. Per questo, a chi volesse lavorare in tv, l’autore Rai ha consigliato di evitare una formazione troppo settoriale, citando Mourinho: “Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”.

È una funzione di mediazione quella del giornalista che neppure i nuovi Social possono sostituire. Raschillà ha precisato, però, che non sempre ha un buon esito mischiare linguaggi differenti come quello della tv, del web o del teatro. “Attenzione a un uso non televisivo della tv”, ha dichiarato. Questo, ovviamente, non a discapito delle novità perché, chi lavora per la televisione e, soprattutto per un programma quotidiano, sa che non può proporre un prodotto sempre uguale a se stesso. È importante sforzarsi di capire cosa vuole il pubblico. E per farlo, secondo Pietro Raschillà, “bisogna mettersi ogni giorno dalla parte delle persone”.

L’attesa e la gioia per la canonizzazione dei due Papi


Canonizzazione 27 aprile foto

Una notte senza dormire, interminabili file e soffocante folla. Ha dovuto sopportare questo ed altro chi ha assistito alla canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII del 27 aprile. Ma alla fine ne è valsa la pena. Parlo per me: io che all’una di notte ero già fuori dalle transenne ad aspettare e che poi la mattina sono riuscita ad entrare in Piazza San Pietro, per questo storico evento della vita della Chiesa.

I pellegrini giunti da tutto il mondo sono stati migliaia e migliaia. Già dalla notte carovane chiassose piene di bandiere e zainetti hanno invaso Roma. La gente, gridando e spingendo, ha fatto pressione per far aprire Piazza San Pietro, fin dalle prime ore del 27 aprile. I giovani volontari della Protezione Civile, gli agenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, però, hanno iniziato a far accedere alla piazza solo dalle 5,30 di mattina.

Ore 1,00. All’inizio di via della Conciliazione, proprio davanti al colonnato di San Pietro, sono accampati decine di fedeli, tra i quali diversi gruppi di polacchi, pronti a correre in avanti al momento dell’apertura delle transenne. Rimangono tutti stretti, stanno in piedi per ore. Qualcuno ogni tanto prova a sedersi a terra, nello stesso spazio misero occupato dai piedi. La stanchezza non frena l’entusiasmo e, così, per passare il tempo, molti intonano canti o cori. Ma più le ore trascorrono, più la folla sembra stringersi e accalcarsi. “Aprite! Aprite!” gridano da ogni parte. Continui falsi allarmi confondono e agitano i fedeli.

La disorganizzazione e la inefficace gestione dell’evento fanno da protagoniste. Un così elevato numero di partecipanti è sempre difficile da gestire, eppure possibile che il caos sia così totale? Ore 5,00: l’apertura è a momenti, la gente scalpita, i bambini rischiano di rimanere schiacciati, alcune persone hanno degli svenimenti. Ore 5,30: si dà il via all’accesso dei fedeli a Piazza San Pietro. Il pericolo di cadere e di essere calpestati dalla folla è massimo. Si cammina sui piedi della persona davanti e ci si sente sbilanciati in avanti dalla persona che spinge da dietro. La massa sembra un’onda anomala.

Addentrandosi nel colonnato, poi, bisogna ancora pazientare  per passare sotto i metal-detector. Ancora file, ancora malori e pericolo di rimanere schiacciati. E poi, dopo ore di faticosa attesa, finalmente la mèta: un posto in piazza. Ma le assurdità sono appena cominciate. Un carabiniere, infatti, vaga tra la gente per vietare nella maniera più categorica di sedersi per terra. Una follia. Dice che per la sicurezza, bisogna poter passare in piedi tra le persone. Ma l’effetto che ottiene è soltanto una compressione maggiore della folla e quindi una situazione potenzialmente più pericolosa. Poi vengono distribuiti i libretti liturgici della Messa e iniziano le preghiere che la precedono.

Alle 10,00 arriva Papa Francesco e saluta Benedetto XVI. In alto, sulla facciata di San Pietro, le foto dei due Papi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Emozione e gioia pervadono la piazza. Un forte applauso commosso saluta i nuovi santi della Chiesa. La stanchezza è molta, il cielo è grigio minaccioso e nell’aria risuonano canti gregoriani. Sui volti aggrottati, tutti portano i segni di una notte insonne, piena di propositi e speranze. C’è chi ha fatto chilometri e chilometri per gratitudine e chi soltanto per trovare un po’ di quella forza interiore che solo un miracolo può dare. E forse l’ha trovata, perché la felicità è una pace sublime che può insinuarsi anche nelle situazioni di scomodità.

Durante la messa celebrata da Papa Francesco, il silenzio carico di raccoglimento ha raccontato la condizione dell’umanità che cerca Dio. Lo stesso Dio che nella vita di  Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II ha fatto cose grandi. E che lo abbia fatto con loro è anche una speranza per tutti: sono la testimonianza che, vivendo il Vangelo, si può essere uomini comuni e allo stesso tempo santi eccezionali. Grazie a Dio.

Porta Portese 6 aprile 2014

I più divertenti cartelli di Porta Portese


Caldo, gente, passi nuovi su strade antiche. Roma, di domenica, pulsa come il cuore impazzito di un’innamorata. “Daje!”, urlano i venditori di Porta Portese. Che siano napoletani, romani da tre generazioni, indiani, marocchini, egiziani o albanesi. Non importa da dove vengano o con quale accento parlino. I richiami efficaci e le parole, si sa, sono di tutti.

Nelle domeniche di bel tempo, il mercato di Porta Portese è più affollato del solito. Nelle vie di Trastevere le bancarelle si succedono in sequenza, una dopo l’altra. Chi si è alzato che era ancora notte e ha percorso chilometri e chilometri con il suo furgoncino carico di merce, ha un solo pensiero in testa: vendere. Poche e decisive le mosse da attuare: attirare il cliente, contrattare e spingerlo a pagare.

I primi strumenti che un buon negoziante deve saper utilizzare sono i cartelloni. Perché da lontano, muti, riescono a gridare sconti, prezzi stracciati, occasioni da non perdere. E, insieme alle informazioni commerciali, una buona dose di ironia fa sempre il suo effetto. Eccone raccolti alcuni, dopo un giro a Porta Portese domenica 6 aprile 2014.

“Svendo tutto e me ne vado a Cuba”, dice un cartello.

Beatrice Guarrera 6 aprile 2014

Un altro invece invita a non richiedere sconti (“Il sig. sconto è morto. Vi prego di non nominarlo per non rinnovare il dolore”).Beatrice Guarrera 6 aprile 2014Non è raro trovare scritte in napoletano, come quella in cui si prega di non rubare perché “stamm nguaiat”. Beatrice Guarrera 6 aprile 2014Stessa cosa ripetuta in altri termini, più avanti: “Non rubate perché ci ha pensato l’€uro”. Beatrice Guarrera 6 aprile 2014

Di nuovo in romanesco, camminando tra le bancarelle, un cartello incalza: “Nnamo donne”.  Beatrice Guarrera 6 aprile 2014Una spinta a comprare in fretta, si incontra ancora più avanti: “Chi ci pensa rimane senza”.Baetrice Guarrera 6 aprile 2014Poi tante iperboliche dichiarazioni di prezzi stracciati. “Manicomio”, annuncia un cartello. Beatrice Guarrera 6 aprile 2014 “Abbiamo i prezzi più bassi d’Italia. Per favore non chiedere sconti”, dice un altro. Beatrice Guarrera 6 aprile 2014Non va molto per il sottile l’ironia della bancarella con scritto: “Le donne belle non pagano ma tr…”.

Beatrice Guarrera 6 aprile 2014Su un banchetto che vende targhe intagliate campeggia la scritta “A belli!”. Beatrice Guarrera 6 aprile 2014Tra cartelli che fanno sorridere e oggetti particolari, la mattinata scorre in fretta a Porta Portese.

La romanità, la simpatia e l’ironia sono tutte racchiuse in poche parole, lette su una targa in vendita: “E se moro e poi arinasco… prego a Dio de rinasce a Roma!”.