Una finestra a Boccadasse


Finestra a Boccadasse

Panni stesi, vasetti sul davanzale e persiane aperte. È la musica che esce da lì ad avermi fatto alzare lo sguardo. Così l’ho vista: quella finestra aperta davanti al mare. Boccadasse ha l’incanto di tutti i piccoli posti italiani con case arrampicate sulle alture, pescatori e barche a riva. Quando il sole illumina anche l’angolo più buio del tuo cuore e il cielo è libero da nuvole e minacce, anche le pietre insignificanti di una strada qualunque sembrano speciali. Figuriamoci un luogo così suggestivo già di suo come questo. E non so dire esattamente che cosa sia bello o quale particolare mi abbia colpito, se siano i colori delle case gialle, rosa, arancioni, le barche o cos’altro. Forse tutto.

Il mare brilla lucidato dal sole e le onde accarezzano piano i sassi sulla riva.

Come potrebbe essere una mattina qualunque di chi abita dentro a quella finestra? Sicuramente vede quella piccola spiaggetta sassosa e ascolta la campana che suona ogni giorno alle ore dodici. Sarà ormai assuefatto a quella bellezza? Si fermerà mai a guardare l’orizzonte e il cielo? Mi piace immaginarmi che dietro a quella musica e a quei panni stesi, ci sia un ragazzo che abbia meno di trent’anni. Lo vedo al tramonto seduto sul letto a guardare il mare e a pensare al futuro.  Come cibo per gli occhi un po’ di rosso del cielo e come nutrimento per il cuore un po’ di progetti da realizzare. Perché le cose belle ispirano bellezza.

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Cronaca di una giornata all’Expo


“Prof, quanto manca per arrivare all’Expo?!”. Il vagone ad alta velocità è stranamente rumoroso alle sei di mattina. Anche una scolaresca, armata di zaini e di occhiaie scure, è sul treno che da stazione Termini va a Milano. Mischiati ai tredicenni euforici e agli insegnanti nervosi, ci sono professionisti in giacca e computer. E poi noi. L’eccitazione per la gita e la novità fa aumentare a dismisura il volume del chiacchiericcio dei ragazzi, man mano che scorrono i chilometri e che il sole si alza piano piano nel cielo. I professionisti, invece, battono ininterrottamente sulla tastiera e ogni tanto sbuffano per il baccano. Una nebbia mattutina fitta e fredda si intravede dai finestrini.

Poi il treno fa sosta finalmente a Milano. La scritta Expo è dappertutto in stazione e sugli edifici. La fermata Rho Fiera Expo Milano è praticamente davanti all’ingresso dell’esposizione. Sembra di essere in aeroporto, tra controlli e metal detector. Turisti provenienti dall’Italia e dal mondo prendono l’entrata come un fischio d’inizio. C’è chi corre per andare a fare file e chi guarda l’orologio frenetico. Una sorta di enorme tettoia protegge una lunga stradona pedonale, dove a destra e a sinistra si susseguono i padiglioni di tutti gli stati del mondo.

Noi iniziamo dal padiglione Italia, uno dei più apprezzati e, per questo, affollati. Molti ingannano l’attesa facendo selfie o programmando il giro dell’Expo. Quando, dopo due ore di fila, riusciamo a varcare la soglia del palazzo, il patriottismo trabocca. “Orgoglio italiano”, leggiamo su alcuni cartelli. In una stanza che ha al centro l’Albero della vita, il simbolo dell’evento, alcuni italiani da eccellenza spiegano in video che cosa li ha resi famosi: chi ha inventato un tessuto ricavato dalle bucce d’arancia, chi ha scoperto una tecnica per piantare del basilico sul fondale marino, chi ha trovato il modo di far nascere funghi dai fondi di caffè. In un’altra stanza con pareti a specchio e schermi ovunque vengono proiettati a motivi caleidoscopici i capolavori dell’Italia. Quadri famosi, particolari intensi di affreschi antichi, volti espressivi, facciate di Chiese si susseguono in un turbinio di colori da far girare la testa.

È solo l’inizio. La ricchezza o meno di una Paese è visibile anche dall’organizzazione del padiglione. Alcuni hanno soltanto piante tipiche in mostra e qualche quadro, altri fanno veramente le cose in grande, tra schermi e funzionalità digitali. Le scuole hanno la precedenza e saltano le file. Più di una volta, durante il percorso, dimentichiamo che il tema di fondo sia il cibo, perché non molti sembrano attenersi a questo.

L’ultima settimana dell’Expo le file sono impossibili in quasi tutti i padiglioni più noti: Cina, Russia, Brasile, Giappone, Qatar ecc. Decidiamo allora di optare per quelli meno considerati. Entrando nel padiglione dello Yemen, i volti delle persone che lavorano lì ci portano subito in un mondo lontano, e anche la bigiotteria e le stoffe accatastate alla rinfusa, rimandano ad un mercato mediorientale. In quello dell’Austria, è ricostruito un grande bosco, perché la più preziosa risorsa che abbiamo – si legge sui cartelloni – è l’aria. “Si può sopravvivere 5 settimane senza mangiare, 5 giorni senza bere, ma non 5 minuti senza aria”. In Iran una musica persiana colora di esotico l’atmosfera e la scalinata che si sale, mentre si osservano piante e filmati.

Il modo di danzare è uno degli aspetti che più caratterizza i singoli stati: nel padiglione del Venezuela un video di ballerini accoglie i visitatori, mentre danzatori in costume si esibiscono a ripetizione in quello della Romania. Fuori dal padiglione dell’Indonesia su un palchetto basso – ma che spara musica a tutto volume – due presentatori in abiti tipici (una conduttrice vestita in quel modo farebbe inorridire i costumisti italiani) fanno il loro show. Domandano al pubblico di dire il nome di una città indonesiana per vincere dei premi e poi presentano i ballerini.

Lo spazio di esposizione della Santa Sede è piccolo, ma ben organizzato. Sulla parete sinistra della stanza c’è una mostra intitolata “I volti della fame” e sulla parete destra si alterano proiezioni di video sul tema. Il finale di ogni contributo è sempre una frase lapidaria e significativa di Papa Francesco. Al centro della stanza dal soffitto alcuni apparecchi proiettano cibo e stoviglie su un lungo tavolo. I cartelli spiegano che un tavolo non serve solo per consumare pasti: è un punto di dialogo, di scambio, è luogo di studio e così via. Quando un visitatore si avvicina, dei sensori lo localizzano e sul tavolo avviene un movimento, con un piatto che si sposta o un bicchiere che si solleva.

Capolavoro dell’Expo è il padiglione Zero, quello realizzato da FAO, ONU e altre organizzazioni internazionali. Tutte stanze a effetto e, finalmente, davvero significative. Tra le altre, due in particolare: la stanza dello spreco, la stanza della borsa del cibo, la stanza dell’equilibrio. La prima di queste è un enorme deposito di oggetti (che sembra una discarica) e vuole far riflettere sullo spreco di alimenti che ogni giorno fanno gli occidentali. La stanza della borsa del cibo mostra, invece, il prezzo degli stessi alimenti in vari paesi del modo, proprio per rendere evidente lo squilibrio e l’ineguale accesso alle risorse nel mondo. La stanza dell’equilibrio è un incanto: su tutte le pareti contemporaneamente vengono mandati video di paesaggi della natura perfetti e armoniosi. “Lo stesso pianeta Terra sarebbe perfetto e armonioso, se sapessimo gestire in maniera sostenibile le risorse”, spiega una guida.

Aspettate ad entrare in treno ché dobbiamo contarvi!”. I ragazzini di scuola ci sono anche al viaggio di ritorno. Il loro Expo è stato diversissimo dal nostro e per questo è bello scambiarsi i racconti delle esperienze. Più di un ragazzo dice di essere rimasto deluso: “Mi aspettavo più cose dal punto di vista tecnologico e poi più attività che ci coinvolgessero”. Il nostro Expo continua sul treno, cercando di esplorare un mondo ben più complicato degli altri: quello degli adolescenti.

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L’Abruzzo tra ricostruzione e abbandono


Abruzzo: cinque anni fa la tragedia del terremoto sconvolgeva un’intera regione. Oggi, a distanza di anni, l’Abruzzo resta una terra ferita e continua a portare i segni di un doloroso massacro che sembra assurdo. Non è finita la ricostruzione. A ricordarlo, ci pensano le case ancora da rimettere in piedi e i paesi fantasma sulle montagne. In questi giorni,  l’improvviso crollo di un balcone del progetto CASE a L’Aquila ha riportato l’attenzione su questa regione e sull’opera di ricostruzione che deve andare avanti.

Anche il paese Santo Stefano di Sessanio, luogo esaltato come il gioiellino dell’Abruzzo, è stato pesantemente colpito da quella maledizione del 6 aprile 2009. E, passeggiando per le viette, si vede. Poche case sono abitate. Alcune sono in abbandono. Altre ancora puntellate e in pericolo di caduta. Strade deserte, porte rotte, rifiuti che si intravedono dall’esterno. E, poi, il buio nero e l’umido che pizzica il naso, soltanto a sporgersi dentro ai ruderi. Su un muro è ancora possibile leggere una scritta antica: “Viva gli alleati”. Come un museo vivente.

"W gli alleati"

Basta girare l’angolo, però, per trovare un angolo di paese curato e suggestivo. Sono le contraddizioni tipiche dell’Abruzzo. Sarà perché, per fortuna, anche lì c’è gente che non si arrende, che non parte, che continua a sperare, almeno  nel turismo. Angoli di passato convivono con la voglia di futuro. Certo, la torre Medicea, simbolo della città, è crollata. E, l’immagine dello scheletro che ne rimane, mette molta tristezza.

Torre medicea di Santo Stefano di Sessanio

L’Abruzzo è una regione ricca di passato, di tradizioni, di iniziative culturali e di parchi naturali unici in tutta Italia. Eppure non sa o non riesce a vendersi abbastanza, fino ad affermarsi come importante mèta del turismo internazionale. Internet sembra ancora un’utopia: le manifestazioni non sono pubblicizzate, i siti dei luoghi non sono aggiornati e gli orari degli autobus cambiano senza preavviso. Allo stesso tempo, è ancora possibile perdere l’ultima corsa di una pullman locale e trovare qualcuno che dia un passaggio alla più vicina stazione dei treni. Come quando si girava in autostop, contando sulla generosità degli altri.

Non a caso, un’antica canzone abruzzese diceva: “L’abruzz è la ‘chiù bell’ de tutt’ le region’, pecché tie’ la Majella, pecché la gend’ è bon'”(‘L’Abruzzo è la più bella di tutte le regioni, perché ha la Majella, perché la gente è buona’). Ecco: almeno sulla gente, non aveva torto.

(5 settembre 2014)

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