Un giorno qualunque post-stragi


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Non sono stati brutti sogni. Non possono essere quei fatti che ci lasciamo alle spalle parlandone a tal punto da farli diventare storie vecchie.

Secondo piano, riunione di redazione. E due uomini che sparano colpi all’impazzata.

Bar, gente che ride. E terroristi che fanno fuoco alla cieca.

Teatro, gente che canta. E kamikaze che si fanno saltare in aria.

Una terra lontana, un aereo che vola. E bombe che piovono dal cielo.

Volano via disegni e persone. Saltano in aria storie e uomini. Esplodono progetti e vite. E se tra i morti ci sono donne, uomini, bambini e anche loro, quelli con i kalashnikov e le cinture di esplosivi, cambia qualcosa? Mentre muoiono hanno tutti la stessa smorfia.

È un giorno come gli altri, uno di quelli in cui torni a casa dopo le vacanze fuori e devi riconnetterti con la tua realtà. In un giorno qualunque post-stragi, nessuno parla più di Charlie Hebdo, degli attacchi di Parigi, delle bombe su Raqqa. O forse lo fanno solo il giorno dell’anniversario. Come se si potesse tornare alla normalità in cui non ci si chiede mai dove si combattano le guerre o se qualcuno stia morendo nel mondo. O se sia possibile che un uomo passi davanti a un bar e venga falciato da una pallottola. O se ci siano coppie condannate a vivere tutta una vita senza più la persona che amavano. O se dei bambini di pochi mesi debbano crescere senza madri.  Niente di tutto questo, oggi.

Sarà già finito tutto quello che c’era da dire su tragedie così grandi? Noi – soliti privilegiati di questa parte del mondo- siamo quelli che possono permettersi di tornare alla vita di sempre. Non è Roma il posto colpito e, per stavolta, ci è andata bene. Certo, potremmo “inviare qualche aereo a bombardare”, ché “magari li uccidiamo tutti prima che ci distruggano” – pensa qualcuno. Siamo capaci di pensieri di guerra e di morte così, tra un caffè e l’altro. Tra una partita e un’uscita al cinema. Tra un impegno e un piacere. Manderemmo la gente a sporcarsi le mani di sangue, “perché non ci sono alternative”. Però siamo stanchi di parlare delle tragedie e, forse, un motivo c’è. C’è un bisogno di tranquillità che deve interrogarci. Non siamo tanto stanchi tanto da dire basta al male?

Siamo ancora quegli uomini che ci cascano sempre, alla fine, perché c’è sempre una giustificazione all’uso delle armi.

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Incontro con la povertà un pomeriggio di agosto


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Non so il suo nome, né da che Paese provenga. Ha la fronte madida di sudore, la pelle bruna e alcuni libri sotto al braccio. Scorgo di sfuggita alcuni titoli, mentre si siede sulla sabbia accanto al mio lettino. “Nelson Mandela. La vita” e “Keep calm and cucina africano”. Vende anche fiabe per bambini con disegni stilizzati e la storia completa di Martin Luter King. “Ciao, compri un libro?”, mi dice col suo accento che non saprei identificare. Sto leggendo il giornale in spiaggia e, sinceramente, a tutto penso fuorché ad acquistare un libro da aggiungere alla mia già lunga lista di future letture. Declino gentilmente l’offerta e giro la pagina del giornale.

Penso che stia per andarsene, ma lui rimane lì seduto accanto a me sulla sabbia. Non è giovane e neanche vecchio, ma dai suoi occhi intuisco che ne abbia viste tante. Mi chiede di comprargli qualcosa “per favore, perché è difficile questo lavoro. Le signore trattano male, si fanno pochi soldi”. Dice che è il primo anno che gli permettono di andare per le spiagge della costa adriatica a fare il venditore. Ogni mattina da San Salvo prende l’autobus e va a Pescara per cercare di racimolare qualche soldo. Ma il lavoro è faticoso e il guadagno misero.

Mi accorgo che è stanco, ma che ha voglia di parlare di sé. Gli chiedo allora chi è che gli permette di fare quello che fa. Nomina due uomini (uno dei quali si chiama Mario) per cui lavora. E loro gli procurano anche altre occupazioni. Tra pochi giorni lascerà l’Abruzzo per la Puglia, dove lo aspetta la raccolta di pomodori. “È difficile in Puglia. Facciamo dalle sette di mattina alle sei di sera. Solo all’una abbiamo dieci minuti per mangiare un pezzo di pane e qualche pomodoro”. Undici ore di lavoro sotto al sole. Devo aver letto degli articoli sulle dure storie dei migranti che raccolgono pomodori in Puglia e per questo capisco subito di che cosa stia parlando. Ma non è finita qui. Il ragazzo mi racconta anche che a settembre andrà a Bolzano per la raccolta delle mele. Stesse condizioni, stesso duro trattamento. E poi ci sarà la raccolta dell’uva.

Alla fine il libro non glielo compro, ma gli do lo stesso qualche moneta. Non sarò comunque io a risolvere i suoi problemi, anche se vorrei tanto farlo. Troverà qualcuno, un giorno, che potrà farlo? Si alza e se ne va. Torniamo entrambi alle nostre vite. Io alla mia da privilegiata, lui alla sua: a buttare altro sangue per tentare di sopravvivere.

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Il valore della vita, secondo alcuni animalisti


Un video che accosta numeri a caso e semplifica le questioni fino ad arrivare a conclusioni illogiche. È da prodotti sconcertanti come questo che emerge il pensiero di alcuni animalisti. Alcuni, sì. Perché la speranza è che siano solo i folli e gli estremisti ad avere certe idee.

Il video mostra la visualizzazione di vari dati, attraverso dei cubi che diventano progressivamente sempre più grandi. Vengono indicati i morti del disastro del Vajont, i morti del terremoto a Messina del 1908, i morti del terremoto ad Haiti del 2010, i morti della Shoah, i morti totali di entrambe le guerre mondiali e il numero di abitanti della terra.  Ovviamente si parla di uomini.

Ma, poi, alla fine, a tutti questi dati è accostato il numero di animali uccisi ogni anno dalle industrie di carne, uova e latticini. Come se avesse senso un confronto del genere. Evidentemente, per l’autore del video e le persone che lo hanno condiviso, la vita di un uomo ucciso in guerra, di un bambino morto a causa di un terremoto, di un ragazzo ebreo annientato in un campo di sterminio nazista vale quanto quella di un animale. È quello che si lascia intendere per deduzione e si possono soltanto immaginare le conseguenze devastanti che può generare un pensiero simile.

Che cosa abbiamo in più delle bestie? L’intelletto, la libertà di scegliere tra il bene e il male, la possibilità di controllare gli istinti, l’arte, la dignità. E sono solo alcune delle cose che certi animalisti sembrano ignorare completamente. Possibile che gli uomini abbiano completamente perso la bussola, se per rispettare di più il mondo finiscono per mancare di rispetto a se stessi?

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Usa e Isis: chi combatte gli orrori dei terroristi ma difende la pena di morte


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 Contro l’Isis si attiverà una coalizione di trenta stati. È quanto annunciato, giorni fa, dal Presidente degli Usa Obama, dopo le ultime violenze dei terroristi di al-Baghdadi. E se non è chiaro ancora quali saranno le dinamiche e gli aiuti pratici dei singoli stati, è evidente che molti intendono darsi da fare per contrastare lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.

 Attraverso i video scioccanti con le decapitazioni di giornalisti, l’Isis ha fatto conoscere al mondo la sua pericolosa brutalità. Rapimenti, ostaggi, torture, omicidi. Esecuzioni, morti, sangue. E a questi orrori, diversi stati hanno deciso di reagire. Perché è sacrosanto non girarsi dall’altra parte, quando qualcuno nel mondo viene trattato senza umanità, in nome di piani folli che hanno come conseguenza solo morte e oppressione. Il problema, però, è sempre lo stesso: quanto serve rispondere con la stessa moneta, con altro sangue? Certo, bisogna riconoscere che la nostra civiltà è a un bivio, come scrive anche Benedetto Ippolito su Formiche.net: «Non intervenire sarebbe un segno di capitolazione della democrazia. Intervenire rischia di aumentare il rischio di una guerra mondiale che è tanto convenzionale quanto spalmata ovunque».

 In ogni caso, in prima linea ci sono sempre loro: gli Usa. Coloro che nascondono sempre un’infinità di interessi economici correlati e che si ritengono gli “esportatori della democrazia” hanno promesso che combatteranno questa minaccia globale. Eppure proprio gli Stati Uniti, a casa loro, nelle loro prigioni, nelle loro camere delle morte, continuano ad uccidere in nome della legge. La grande democrazia dell’Occidente, infatti, contempla ancora la pena di morte in alcuni degli stati federali (trentasette). Ma per quella non c’è più indignazione. E’ la prassi, è la giustizia. Un diritto che nega il diritto a esistere.

 E uccidere in maniera legale o selvaggia, con un coltello o con la sedia elettrica, un innocente o un criminale, non è forse disumano allo stesso modo? Questo vale anche per l’Arabia Saudita e per tutti gli stati della coalizione anti Isis che, poi, esercitano lo stesso potere di morte. Che qualcosa vada fatto contro la minaccia terroristica è indubbio, ma può essere e deve essere fatto tanto anche all’interno dei singoli Paesi che prevedono ancora la pena di morte. Uccidere può essere legale e regolato da norme, ma rimane sempre un atto di negazione del più importante diritto umano: il diritto alla vita.

E anche di queste morti si deve parlare.

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Cronaca nera: quando la violenza è la protagonista dei notiziari


Cronaca nera: quando la violenza è la protagonista dei notiziari

“Donna brutalmente uccisa”, “bambini sgozzati”, “ragazzina seviziata e assassinata con crudeltà”. Sono parole forti, alle quali si è quasi insensibili, ormai. Ne fanno uso e abuso quotidiani, telegiornali e programmi di approfondimento. Sembra che in queste prime settimane del 2014 si siano moltiplicati delitti e atti criminali e la conseguenza è una crescita esponenziale e direttamente proporzionale di titoli, servizi e programmi speciali per raccontarli.

Ma fino a che punto si può raccontare? Qual è la sottile linea di confine tra diritto all’informazione e diritto alla decenza? Ecco: il problema è proprio che quest’ultimo, purtroppo, non è un diritto. Non si richiede una imposta censura sulla realtà in cui si vive, ma una consapevole limitazione dei toni nei racconti che hanno per protagonisti persone vere. In questo continuo flusso mediatico, in cui si informa per servizio o si vendono storie per campare, non tutto può essere lecito.

Avverbi e aggettivi inopportuni, a volte, caricano, ancor più, fatti già drammatici, scandagliati, poi, fino alla nausea (di chi racconta e di chi ascolta). In televisione si trascorrono pomeriggi interi a ipotizzare gli scenari possibili e i retroscena dei casi di cronaca. Così il caso di Yara Gambirasio diventa, nelle cronache di tutti, un “giallo risolto con un colpo di scena”, come se si stesse parlando di un episodio della serie di Montalbano. Oppure si rimarca con crudezza e tripudio di dettagli macabri l‘uccisione da parte di Lissi di moglie e figli.

Ma la realtà andrebbe trattata con maggiore delicatezza. Le norme di deontologia del giornalismo dovrebbero tenere a freno determinati comportamenti scorretti, ma, a volte, non bastano. Perché i telegiornali non si trasformino in funeree sfilate di vittime e assassini, servirebbe più coscienza della responsabilità che hanno i mass media. Storie macabre vengono raccontate perché sono le uniche che interessano alla gente, o perché, a forza di proporle, la gente finisce per interessarsene?

Niente è certo, tranne che di tutta la violenza che si legge, si ascolta e si guarda non c’è alcun bisogno. 

Il futuro? A salvarlo saranno i sogni


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Si diceva che la giovinezza fosse il tempo delle illusioni. E se non fossero rimaste neppure quelle ai ventenni di oggi? Bombardati dai dati allarmanti sulla disoccupazione giovanile, sui suicidi a causa della crisi, sul futuro difficile che hanno davanti, come reagiscono? Smettendo di sognare. Con la rassegnazione negli occhi di chi non ha neppure provato a prendere dalla vita ciò che voleva.

D’altronde, è inutile negare la difficoltà che si fa a realizzarsi in un Paese come l’Italia. Si sa che la raccomandazione e il nepotismo sono i sistemi più noti per trovare lavoro e la meritocrazia non sempre prevale. E’ la cruda verità. Non si tratta di mentire a se stessi, di fingere che la situazione economica, politica, sociale non sia complicata. Ma se alla fatidica domanda “che cosa farai da grande?”, un numero consistente di ragazzi risponde “il disoccupato”, un problema deve pur esserci.

Non ci si concede nemmeno il lusso di sognare, di fare progetti, di avere ambizioni. Sembra che crescere significhi rassegnarsi. I sogni sono solo illusioni? A volte, diventano il solo motivo di lotta contro il tempo che passa e la mancanza di senso che travolge e affoga. E non sono neppure abbastanza. Non bastano a tenere  in vita, eppure tengono attaccati alla vita. Come una suspance che dura giorno per giorno. E se poi si dovesse rimanere delusi? E se poi si dovesse vivere inseguiti, tutta la vita, dall’insoddisfazione per l’idea troppo alta della vita? Troppi rischi. Non si deve sognare per non soffrire, per non fallire.

Ma, poi, di che cosa potremmo nutrire la speranza? Come arriverà il domani? Ritirando fuori i desideri e vivendoli. Soltanto liberandosi di quella logica in cui, nella vita, non si fa mai il primo passo e si subisce passivamente il corso degli eventi. Lottando per non lasciare sconfiggere la determinazione. Non è da stupidi voler raggiungere un obiettivo: è necessario, è vitale crederci. Contro il cinismo, va messa in campo la capacità di sognare ancora.