200 parole su “Una storia quasi solo d’amore”


paoloL’ultimo romanzo di Paolo Di Paolo potrebbe sembrare una semplice storia per adolescenti. Eppure non è così, lo dice lo stesso titolo: è “Una storia quasi solo d’amore”. Quasi. Non che ci fosse niente di male a parlare d’amore, ma queste pagine hanno qualcosa di più. Raccontano di Nino, un ventitreenne che segue il suo sogno di lavorare nell’ambito del teatro, ma si ritrova a gestire una laboratorio teatrale per anziani, e di  Teresa, una trentenne di Terracina che lavora in un’agenzia di viaggi, ma non è mai partita. Si parla di crescita, di domande importanti che bisogna porsi, di Dio. Nel libro si scontrano le illusioni, le frustrazioni, i dolori dei personaggi, sullo sfondo della conoscenza tra i due ragazzi.

Paolo Di Paolo ha scelto di narrare dal punto di vista di Grazia, zia di Teresa e insegnante di recitazione di Nino,  utilizzando una stile di scrittura personale e fuori dagli schemi, stravolgendo la punteggiatura e non facendo mai uso delle virgolette per inserire dialoghi. L’effetto è quello di un flusso di parole, come quando si racconta qualcosa a voce e non c’è spazio, non c’è modo di inserire segni che dividano le frasi. “Una storia quasi solo d’amore” è una lettura interessante.

Paolo Di Paolo, Una storia quasi solo d’amore, Feltrinelli 2016, € 15.00

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200 parole su “Arrivederci a Berlino est”


arrivederci a berlino est

Un’avvincente storia di amore, di guerra, di libertà negata, di rabbia, di speranza. Ad “Arrivederci a Berlino est” non manca proprio nulla. Il romanzo d’esordio di Roberto Moliterni,  vincitore del premio letterario Rai La Giara III edizione, è un piccolo capolavoro. È scorrevole, lineare e si sviluppa in un crescendo di fatti del passato e del presente, dando vita a personaggi credibili e pieni di sfaccettature.

Si ricostruisce così la storia del Titta, il  soprannome di un siciliano la cui vita cambia per sempre in Albania, durante gli anni da soldato italiano nella seconda guerra mondiale. Con un salto temporale, che solo verso la fine del libro viene colmato, ci si ritrova a seguire le vicende dello stesso personaggio negli anno ’80 a Berlino Est: la sua vita in una pensione,  il suo losco lavoro, la sua ossessione per la canzone “Aria di neve”, il suo amore per Malvina.

A intrecciarsi con la sua storia, a muoversi silenziosamente tra le sue cose, c’è Helen, la cameriera della pensione. Le due vite finiranno per passare una dentro l’altra, fino a unirsi irrimediabilmente. Svelare altro, rovinerebbe la lettura del libro, assolutamente da consigliare. Perché merita il successo.

Roberto Moliterni, Arrivederci a Berlino Est, Rai Eri, pp. 244, € 15,00

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200 parole su “Nella casa di vetro”


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Cosa significa scrivere con intensità ed emozione? Basta leggere “Nella casa di vetro” per capirlo. Il libro è un insieme di emozioni, ricordi, piccoli frammenti di vita e di sogni. L’autore utilizza uno stile di scrittura così evocativo e poetico (da diventare in alcuni punti quasi ridondante) che la storia sarebbe anche potuta passare in secondo piano. Dietro alle parole. Eppure non è questo l’effetto finale, perché sono proprio i personaggi stessi e le situazioni raccontate a rimanere impressi.

Bisogna farsi trascinare via dal vortice di un narrare fuori dal comune, che a volte sembra sempre accennare troppo poco o dare troppo per scontato. Ma è proprio questo il fascino. Le storie emergono da un caos di parole e di sentimenti e, poi, nella mente del lettore continuano a volteggiare e a combinarsi. E non si smette di annodare, distruggere e ricostruire i pezzi delle vite dei protagonisti. Elena, il suo  lavoro, i suoi bambini. Davide, il suo modo distaccato di vedere le cose, quasi come se guardasse la sua vita dall’esterno. E alla fine l’unica cosa che sembra reale è solo il potente amore per i suoi due figli. “Nella casa di vetro” è un libro che non  si scorda facilmente. 

Giuseppe Munforte, Nella casa di vetro, Gaffi editori, pp. 198,  € 14,90

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200 parole su “Ciò che inferno non è”


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Terzo per tempo e per qualità. “Ciò che inferno non è” è l’ultimo romanzo di Alessandro D’avenia, ma non di certo il suo migliore. Racconta la storia di Federico, un diciassettenne di Palermo, che si scontra improvvisamente con la realtà della sua città tra Mafia, povertà e violenza. Comincia a frequentare il quartiere Brancaccio per aiutare il suo professore di religione (Don Pino Puglisi), ma anche per se stesso: per rendersi utile in un mondo in cui sembra regnare l’impotenza. In mezzo a quell’ “Inferno”, Federico comincia a porsi domande sulla vita che lo mettono in crisi, ma nello stesso tempo trova l’amore, una ragazza di nome Lucia.

La storia è appassionante, ma in alcuni punti c’è il rischio di perdersi tra descrizioni di pensieri o riflessioni troppo prolungate. Alcuni personaggi potrebbero risultare “antipatici” per le caratterizzazioni esageratamente marcate. Mancano, probabilmente, quelle sfumature che rendono realistiche anche le persone frutto di invenzione. In ogni caso, alla fine della lettura non si rimane vuoti, come per quei libri inutili che sono solo spreco di parole. Resta dentro qualcosa di bello, di inaspettato. D’Avenia racconta che è ancora possibile – anche se difficile – continuare a sperare di cambiare le cose.

Alessandro D’Avenia, Ciò che inferno non è, Mondadori 2014, 317 pp, € 19.00

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Una storia ebraica, una storia di tutti: “Il braccialetto” di Lia Levi


Il Braccialetto

“Questo libro ci ricorda che diventiamo adulti per come abbiamo saputo o potuto essere adolescenti”. Così l’editor Paola Gaglianone ha presentato “Il braccialetto”, l’ultimo romanzo di Lia Levi, all’Associazione Civita di piazza Venezia (Roma), il 13 novembre. Alla presenza dell’autrice e con una vetrata con vista mozzafiato sull’Altare della Patria illuminato, Paola Gaglianone ha speso parole di sincera stima e della sua consueta passione per raccontare l’ultimo lavoro della Levi. “Si riesce a scrivere solo delle cose che si hanno dentro e tu questo mondo dell’adolescenza lo hai ancora dentro”, ha detto dell’autrice.

“Il braccialetto” è la storia di Corrado, un quindicenne ebreo che vive a Roma durante la seconda guerra mondiale e deve fare i conti con le persecuzioni antisemite del suo tempo. Nel frattempo ha un dubbio che non lo lascia in pace: Corrado non è certo che il suo vero padre sia la persona che ha sposato sua madre. Mentre è impegnato a scavare nel passato di sua madre per scoprire la verità, un giorno incontra al cinema Leandro, un coetaneo che diventerà poi suo amico. L’amicizia con Leandro si rivelerà per Corrado l’unico punto fermo della sua vita.

Questa non è solo una storia ebraica, ma è una storia di tutti. Perché ognuno di noi vuole essere se stesso, ma vuole anche essere accettato dagli altri. Non vuole sentirsi diverso, ma non vuole nemmeno perdere la sua identità. In questo senso è una storia di tutti”. È la stessa Lia Levi a descrivere così il suo ultimo libro. Con la stessa lucidità, la scrittrice parla del suo percorso di vita: dalla passione per la lettura, al lavoro come giornalista, fino al desiderio di scrivere libri. La scelta del giornalismo è legata alla sua volontà giovanile di “far parte delle cose che succedevano”, perché “non si può raccontare, se non si ha vissuto”. Poi è arrivata la scrittura di sceneggiati per la televisione, e, a poco a poco, è venuto alla luce il suo talento creativo.

Rispondendo a una domanda di Paola Gaglianone, Lia Levi ha parlato di come nascono i suoi romanzi: pensa la storia, redige una “architettura dei fatti”, così come intende farli succedere e solo allora inizia a buttare giù le parole. Pronta, ovviamente, a lasciar vivere sulla carta i personaggi e a ribaltare, se necessario, il progetto iniziale. Cosa dovrebbe sapere chi vuole scrivere? Lia Levi ha le idee chiare: “Non esistono storie che non siano state raccontate. Quello che conta è come raccontarle”.

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Partigiani uccisi da altri partigiani: l’altra faccia della Resistenza


un amore partigiano

«Questo è una storia vera, raccontata come se fosse un romanzo». Così Pierluigi Battista ha definito “Un amore partigiano”, l’ultimo libro di Mirella Serri, scrittrice e docente di Letteratura italiana alla Università Sapienza di Roma. Alla presentazione del 5 maggio, alla Feltrinelli di Piazza Colonna, era presente anche Maria Latella, giornalista del Messaggero e di Sky, che ha brevemente introdotto il libro.

Gianna e Neri sono due partigiani che, nel periodo della seconda guerra mondiale, vivono nei dintorni del lago di Como. Tra di loro nasce una relazione che molti considerano sconveniente, in quanto Neri è già sposato. Rapiti dai fascisti, torturati e poi liberati, i due trovano comunque la morte per mano dei loro stessi compagni. Una fine tragica, frutto di rivalità e gelosie, ma anche dell’avidità di coloro – chiamati eufemisticamente dall’autrice “non galantuomini” – che volevano impadronirsi dei tesori confiscati ai fascisti. Beni che Gianna e Neri avevano intenzione di devolvere al Partito Comunista e poi allo Stato.

«Quella di “Un amore partigiano” è una storia rimossa. È una rappresentazione non retorica o eroicizzante dei partigiani» ha detto Battista. Nel libro fanno la comparsa anche Mussolini e Claretta Petacci (la sua giovane amante), proprio negli ultimi istanti dello loro vita. Claretta appare come una donna apertamente antisemita e filonazista, che sogna di diventare la first lady del tiranno in esilio. A lei Mirella Serri ha contrapposto Gianna, coraggiosa al punto da sacrificare la sua vita per la ricerca della verità, morendo il giorno del suo ventiduesimo compleanno. La stessa età che avevano, all’incirca, i numerosi studenti presenti in sala alla presentazione, ben lontani dal doversi guadagnare la vita e la libertà, come i protagonisti di “Un amore partigiano”.

«La storia di Gianna e Neri è stata dimenticata, ma c’è di peggio – ha dichiarato Mirella Serri -. Nei decenni successivi, sono stati ricoperti di onori i loro assassini e questa mi sembra una grande ingiustizia».