200 parole su “Il combattente”


417bsc69ZmL._SX329_BO1,204,203,200_Passare dalle parole ai fatti: questa la scelta di Karim Franceschi, un giovane attivista di Senigallia. Dopo aver combattuto contro l’Isis da gennaio ad aprile del 2015 a fianco dei curdi dello YPG, ha scritto: “Il combattente – Storia dell’italiano che ha difeso Kobane dall’Isis”.

Nel libro Karim descrive senza sconti la vita dei volontari, tra la preparazione fisica, i lunghi turni di notte, gli assalti estenuanti e la paura della morte. Racconta anche lo spirito di sacrificio di chi offre la propria vita per la libertà, ma non tace sul fatto che per combattere bisogna uccidere. E può capitare – ed è capitato a lui – di guardare negli occhi la propria vittima, vedere il suo sguardo sorpreso prima di dargli la morte. E può succedere – ed è successo – di veder morire compagni diventati come fratelli.

Le oltre trecento pagine del libro lasciano con il fiato sospeso di continuo, ancor di più perché sembra di essere dentro a un videogioco, che però è vero, dove il finale non è scontato e sopravvivere è più difficile che morire. Karim Franceschi dal fronte di guerra contro l’Isis è riuscito a tornare, ma non ha un punto fermo da mettere a questa storia. Non ce l’ha nessuno.

Karim Franceschi, Il combattente. Storia dell’italiano che ha difeso Kobane dall’Isis, Bur Rizzoli 2016, 17.00 €.

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200 parole su “Una storia quasi solo d’amore”


paoloL’ultimo romanzo di Paolo Di Paolo potrebbe sembrare una semplice storia per adolescenti. Eppure non è così, lo dice lo stesso titolo: è “Una storia quasi solo d’amore”. Quasi. Non che ci fosse niente di male a parlare d’amore, ma queste pagine hanno qualcosa di più. Raccontano di Nino, un ventitreenne che segue il suo sogno di lavorare nell’ambito del teatro, ma si ritrova a gestire una laboratorio teatrale per anziani, e di  Teresa, una trentenne di Terracina che lavora in un’agenzia di viaggi, ma non è mai partita. Si parla di crescita, di domande importanti che bisogna porsi, di Dio. Nel libro si scontrano le illusioni, le frustrazioni, i dolori dei personaggi, sullo sfondo della conoscenza tra i due ragazzi.

Paolo Di Paolo ha scelto di narrare dal punto di vista di Grazia, zia di Teresa e insegnante di recitazione di Nino,  utilizzando una stile di scrittura personale e fuori dagli schemi, stravolgendo la punteggiatura e non facendo mai uso delle virgolette per inserire dialoghi. L’effetto è quello di un flusso di parole, come quando si racconta qualcosa a voce e non c’è spazio, non c’è modo di inserire segni che dividano le frasi. “Una storia quasi solo d’amore” è una lettura interessante.

Paolo Di Paolo, Una storia quasi solo d’amore, Feltrinelli 2016, € 15.00

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Dall’abbandono all’occupazione: per lo stabile di via Bartolucci la storia si ripete


Nuova occupazione allo stabile di via Bartolucci 38 al Portuense.  Dalle 8.30 di questa mattina (26 febbraio 2016) alcuni esponenti di “Officine Italia – Blocco Sociale” hanno preso possesso del complesso territoriale denominato il “Bartolo”, già centro sociale di destra. La polizia è da subito accorsa sul posto ed è rimasta  poi a presidiare la zona. Gli occupanti hanno appeso alla ringhiera un cartello con scritto “Officine Italia: le idee non si sgomberano”.

All’interno della cancellata gli occupanti hanno ripulito l’area verde nei pressi dei due edificati, che sono stati, però, murati da qualche mese. Lo stabile di via Bratolucci 38, di proprietà dell’Inps, adibito a scuola fino al 1985, versa in condizioni di abbandono da circa trent’anni, come ricostruito dalla mia inchiesta di settembre 2014 e come segnalato anche da un articolo su Urlo Web (che ha un titolo molto simile al mio). Eppure la storia si ripete sempre uguale: ad anni di abbandono seguono occupazioni, poi proposte senza concretezza, poi di nuovo degrado.

“Officine Italia-Blocco sociale comunica al quartiere la presa di possesso del così detto Bartolo per garantire utilizzo e servizi”, quali “palestra sociale, ludoteca, scuola musicale, scuola teatrale, biblioteca, centro anziani, area giochi per bambini, cultura, sport e tempo libero”. Così dicono nel volantino attaccato fuori al cancello. Nel quartiere le macchine della polizia e il fermento, in una zona  di solito abbandonata, attirano i curiosi. “Sono anni che mettiamo firme e firme e poi non cambia mai niente”, dice indignata una signora. Un’altra parla della campagna elettorale che si sta per aprire a Roma e colloca questa azione degli attivisti come la loro prima mossa in questo senso.

“Chi sono quelli che hanno occupato?”, si chiedono in molti. Officine Italia – Blocco sociale sono un gruppo formato evidentemente su ideali di destra, che si dichiara però non affiliato a nessun altro partito o movimento politico. Hanno una pagina Facebook e un profilo Instagram da cui si può vedere l’impronta squadrista e di mussoliniana memoria.

“Stanotte dormirete qui? C’è la polizia, avete visto no?”, ho chiesto loro. “E’ la prassi, la polizia c’è sempre, ma ancora non lo sappiamo se dormiamo qui”.  Dal mucipio XI le reazioni del Pd non sono positive: “E’ la solita campagna elettorale”. La reazioni della gente del quartiere, invece, approdano un po’ tutte sul terreno della rassegnazione. La storia si ripete, si ripete sempre.

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L’inchiesta sulla pedofilia a Roma Termini che deve lasciarci sconvolti


Noi, i ragazzi dello zoo di Roma

Migranti minorenni che abitano in buchi maleodoranti. Vecchi pedofili che li adescano e li pagano per abusarne sessualmente. Non è la degenerazione dei poveri orfani londinesi di Dickens dell’Ottocento. È ciò che succede oggi, a Roma, a stazione Termini. In un luogo che tutti i romani conoscono bene, che frequentano, forse, da sempre, in cui passano, a volte, anche di notte. L’inchiesta che denuncia tutto questo è stata pubblicata ieri, 19 febbraio, da “l’Espresso” sia in edizione digitale che in edicola. E leggerla è un dovere.

No, non sono le solite brutte storie di persone che non conosciamo, che vivono lontano da noi. Stavolta si parla di orrori che si consumano nella nostra città, nelle nostre strade, nel punto nevralgico della Capitale d’Italia. Siamo indifferenti a tutto, ormai. Ma alla povertà estrema, alle vite distrutte prima ancora di essere costruite non possiamo restare indifferenti. E non dobbiamo abituarci all’esistenza di perversi pedofili che sfruttano le storie di adolescenti e bambini disperati, in cerca di spiccioli e sopravvivenza. “Noi, i ragazzi dello zoo di Roma” è  un’inchiesta che non può non lasciarci sconvolti.

Dalla sera del 18 febbraio, da quando sono venuta a conoscenza di questa storia e ho visto il video-testimonianza di un ragazzo, non ho fatto che pensarci. Poi di mattina sono corsa a comprare il settimanale per conoscere ogni cosa. Pedofili nelle strade che percorro anche io, bambini che dormono tra i rifiuti. Non è la prima volta che leggo storie simili, ma no, non mi ci abituo mai. La pedofilia mi dà sempre lo stesso disgusto e la povertà mi lascia sempre dentro tanta rabbia.

Il prefetto Gabrielli ha dichiarato che sarà attiva un’unità di strada sei giorni su sette nella zona della stazione Termini per “intercettare il disagio”. Sei giorni su sette, come se all’inferno facessero anche loro i giorni di riposo. 

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“Il caso Spotlight”, la pedofilia e i cattolici


Il Caso Spotlight

Rabbia e disgusto sono i primi sentimenti che si provano dopo la visione de “Il caso Spotlight”. Il film candidato a sei premi Oscar, in uscita in Italia il 18 febbraio 2016, racconta una storia che non avremmo mai voluto credere vera. Eppure ci sono verità che si devono portare alla luce anche quando nessuno vuole guardarle in faccia. Così è per lo scandalo dei preti pedofili negli Stati Uniti, di cui si parla nella pellicola. “Il caso Spotlight” è una doccia fredda di due ore che costringe a guardare questa realtà di abusi, coperture di responsabilità e silenzi, ma lo fa con precisione e puntualità. Il film mostra solo fatti, numeri, nomi, senza quasi commenti, ricostruendo il lavoro giornalistico della redazione del «Boston Globe» chiamata “Spotlight” (deputata alle inchieste) che nel 2002 portò alla luce lo scandalo della pedofilia negli Stati Uniti, vincendo anche il Pulitzer.

Come per tutte le inchieste, il punto di partenza è una domanda: il direttore Martin Baron chiede ai giornalisti di Spotlight di scoprire se il cardinale Law di Boston fosse al corrente di tutti gli abusi sessuali perpetrati dai sacerdoti negli anni. La risposta consiste nello svolgimento del film, tra tentativi di far parlare avvocati e bambini abusati (divenuti uomini traumatizzati) e ipotesi che bisogna provare con testimonianze e dati. Il film racconta una storia molto dura con una delicatezza tale che permette, forse, di guardare i fatti con più lucidità: non si vedono immagini di violenze, né si calca la mano sugli aspetti morbosi. La realtà è già di per sé talmente dura e sconvolgente che è bastato raccontarla. È bastato sapere che un innocente è stato violato, è bastato ascoltare le testimonianze degli ex bambini che raccontavano «Come si fa a dire di no a Dio?», dove Dio stava per un prete che gli faceva proposte oscene. E non erano “poche mele marce”, come si dice nel film, ma intorno al  6% dei sacerdoti di Boston, secondo il dato agghiacciante che viene rivelato dal team di giornalisti.

Secondo «Avvenire», l’opera cinematografica racconta la storia documentandola nel dettaglio, “talvolta in modo addirittura didascalico“, omettendo soltanto alla fine qualche risvolto della vicenda. Comunque è inutile mentirsi:”Il caso Spotlight” fa emergere uno scandalo che brucia ancora come una ferita aperta nella Chiesa. Da cattolici, non possiamo sminuire il problema, dire che “erano pochi”, dire che “non è vero che le alte gerarchie coprivano i pedofili”. Non si può negare tutto il male, ma anzi è importante che i cattolici lo conoscano e mostrino di provare quello che provano tutti: la stessa rabbia, la stessa forte indignazione. Solo guardando lo scandalo della pedofilia tutto intero, tutto insieme, non omettendo nulla, non insabbiando le responsabilità di nessuno, si può sperare che nella Chiesa si rimargini a poco a poco questa ferita. Nella Chiesa, come ne mondo, c’è il male e c’è il bene. Ci sono sacerdoti che stanno accanto ai più deboli, che sono punti di riferimento per le famiglie in difficoltà, che salvano le prostitute dalla strada, che si curano dei senzatetto, che con i loro discorsi donano una speranza alla gente. E poi ci sono quelli che rubano, quelli che violentano e portano così tanto male che fanno perdere la fede a molti.

Ma la Chiesa è fatta di uomini: uomini che sbagliano e uomini che chiedono perdono. Così ha fatto Papa Francesco ripetutamente in merito alla pedofilia e in merito agli scandali a Roma e in Vaticano. Il cristiano vero fa così: soffre per il male, non lo scusa, chiede perdono. Il cristiano vero confida in Dio perché la Chiesa venga portata avanti, non negli uomini.

GUARDA LA FOTOGALLERY – Ci sono gli attori del cast fotografati accanto alle persone vere che impersonano nel film.

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Un giorno qualunque post-stragi


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Non sono stati brutti sogni. Non possono essere quei fatti che ci lasciamo alle spalle parlandone a tal punto da farli diventare storie vecchie.

Secondo piano, riunione di redazione. E due uomini che sparano colpi all’impazzata.

Bar, gente che ride. E terroristi che fanno fuoco alla cieca.

Teatro, gente che canta. E kamikaze che si fanno saltare in aria.

Una terra lontana, un aereo che vola. E bombe che piovono dal cielo.

Volano via disegni e persone. Saltano in aria storie e uomini. Esplodono progetti e vite. E se tra i morti ci sono donne, uomini, bambini e anche loro, quelli con i kalashnikov e le cinture di esplosivi, cambia qualcosa? Mentre muoiono hanno tutti la stessa smorfia.

È un giorno come gli altri, uno di quelli in cui torni a casa dopo le vacanze fuori e devi riconnetterti con la tua realtà. In un giorno qualunque post-stragi, nessuno parla più di Charlie Hebdo, degli attacchi di Parigi, delle bombe su Raqqa. O forse lo fanno solo il giorno dell’anniversario. Come se si potesse tornare alla normalità in cui non ci si chiede mai dove si combattano le guerre o se qualcuno stia morendo nel mondo. O se sia possibile che un uomo passi davanti a un bar e venga falciato da una pallottola. O se ci siano coppie condannate a vivere tutta una vita senza più la persona che amavano. O se dei bambini di pochi mesi debbano crescere senza madri.  Niente di tutto questo, oggi.

Sarà già finito tutto quello che c’era da dire su tragedie così grandi? Noi – soliti privilegiati di questa parte del mondo- siamo quelli che possono permettersi di tornare alla vita di sempre. Non è Roma il posto colpito e, per stavolta, ci è andata bene. Certo, potremmo “inviare qualche aereo a bombardare”, ché “magari li uccidiamo tutti prima che ci distruggano” – pensa qualcuno. Siamo capaci di pensieri di guerra e di morte così, tra un caffè e l’altro. Tra una partita e un’uscita al cinema. Tra un impegno e un piacere. Manderemmo la gente a sporcarsi le mani di sangue, “perché non ci sono alternative”. Però siamo stanchi di parlare delle tragedie e, forse, un motivo c’è. C’è un bisogno di tranquillità che deve interrogarci. Non siamo tanto stanchi tanto da dire basta al male?

Siamo ancora quegli uomini che ci cascano sempre, alla fine, perché c’è sempre una giustificazione all’uso delle armi.

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